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un nuovo "territorio mentale", che elude le normali strutture di controllo sociale

mercoledì 14 gennaio 2026

Il secolo lungo della modernità. Il museo immaginato. Ediz. illustrata di Philippe Daverio (Rizzoli)

 "Abbiamo ipotizzato un museo diverso, luogo della fantasia e dell'immaginazione, in un'ipotetica città d'Europa che da qui vuole ripartire per il riordino urbanistico del suo centro utilizzando la vecchia stazione ferroviaria ormai dismessa." In questo libro Philippe Daverio ci accompagna alla scoperta dell'età moderna, ovvero del Secolo Lungo che parte dalla Rivoluzione francese e finisce nella catastrofe della Prima guerra mondiale. Questo volume affronta i temi più importanti della modernità attraverso oltre seicento opere d'arte raccolte tematicamente per vettori storici: quello politico, da Delacroix e Géròme al Quarto stato di Pellizza da Volpedo; quello della macchina e del lavoro, da Turner a Courbet e a Boccioni; quello della fuga dalla realtà nella dolce vita della Belle Epoque, nell'esotismo e nel sogno - da Tissot a Manet, da Dante Gabriel Rossetti a Fortuny, Gauguin e Van Gogh -, fino al Simbolismo e all'Art Nouveau. Fra i padiglioni e le sale del museo sono previste anche soste in locali e ristoranti a tema, dove si immagina di sorseggiare un caffè o gustare un pranzo circondati dalle opere dei Macchiaioli al Caffè Michelangelo, e degli Impressionisti alla Closerie des Lilas. Un gioco serio, che scardina il nostro abituale punto di vista e ci fa ritrovare il gusto di guardare la pittura e leggere il nostro passato guidati dalla penna più impertinente d'Italia




Busto - Musei civici, “Futuro più digitale, ma non troppo”

Gallarate - La Studi Patri custodisce cimeli da Re

martedì 13 gennaio 2026

Da cosa nasce cosa. Appunti per una metodologia progettuale. Ediz. illustrata di Bruno Munari ( Laterza)

 «La conoscenza del metodo progettuale, del come si fa a fare o a conoscere le cose, è un valore liberatorio: è ‘fai da te’ te stesso.»


Tra i grandi libri di Munari, questo è quello che forse maggiormente rende felici i lettori per la leggerezza incantata con cui li porta a scoprire che saper progettare non è dote esclusiva e innata di pochi. C’è in ognuno di noi una creatività che Munari in queste pagine aiuta a sviluppare e a mettere in luce





Le disobbedienti. Storie di sei donne che hanno cambiato l’arte di Elisabetta Rasy (Mondadori)

Che cosa unisce Artemisia Gentileschi, stuprata a diciotto anni da un amico del padre e in seguito protagonista della pittura del Seicento, a un'icona della bellezza e del fascino novecentesco come Frida Kahlo? Qual è il nesso tra Élisabeth Vigée Le Brun, costretta all'esilio dalla Rivoluzione francese, e Charlotte Salomon, perseguitata dai nazisti? C'è qualcosa che lega l'elegante Berthe Morisot, cui Édouard Manet dedica appassionati ritratti, alla trasgressiva Suzanne Valadon, l'amante di Toulouse-Lautrec e di tanti altri nella Parigi della Belle Époque? Malgrado la diversità di epoca storica, di ambiente e di carattere, un tratto essenziale accomuna queste sei pittrici: il talento prima di tutto, ma anche la forza del desiderio e il coraggio di ribellarsi alle regole del gioco imposte dalla società. Ognuna di loro, infatti, ha saputo armarsi di una speciale qualità dell'anima per contrastare la propria fragilità e le aggressioni della vita: antiche risorse femminili, come coraggio, tenacia, resistenza, oppure vizi trasformati in virtù, come irrequietezza, ribellione e passione. Elisabetta Rasy racconta, con instancabile attenzione ai dettagli dell'intimità che disegnano un destino, la vita delle sei pittrici nella loro irriducibile singolarità. Incontriamo così la giovanissima Artemisia, in fuga dalle calunnie romane dopo un processo infamante, che si fa strada nella Firenze dei Medici ma non vuole rinunciare all'amore. Élisabeth Vigée Le Brun, acclamata ritrattista di Maria Antonietta, che attraversa l'Europa contesa dalle corti più importanti senza mai staccarsi dalla sua bambina. Berthe Morisot, ostacolata dalla famiglia e dai critici accademici, che diventa la première dame degli Impressionisti. La scandalosa Suzanne Valadon, amante e modella dei grandi artisti della Parigi di fine Ottocento, che sceglie di farsi lei stessa pittrice combattendo la povertà e i preconcetti. Charlotte Salomon che, quando sente avvicinarsi la fine per mano del boia nazista, narra la sua breve e tempestosa vita in un'unica sterminata opera che al disegno unisce la musica e il teatro. Frida Kahlo, straziata dalle malattie fin dalla più giovane età, che sfida la sofferenza fisica e i tormenti amorosi con le sue immagini provocatorie e il suo travolgente look. Tutte loro, negli autoritratti che aprono le intense pagine di Elisabetta Rasy, guardano negli occhi chi legge e invitano a scoprire l'audacia con cui hanno combattuto e vinto la dura battaglia per affermarsi - oltre i divieti, gli obblighi, le incomprensioni e i pregiudizi -, cambiando per sempre, con la propria opera, l'immagine e il posto della donna nel mondo dell'arte




domenica 11 gennaio 2026

L’ANGELO DELLA STORIA - Testi, lettere, documenti di Hanna Arendt e Walter Benjamin (Giuntina). Intervento di Donato Di Poce

 A Walter Benjamin, che durante la fuga si tolse la vita davanti a Hitler

La tattica dello sfinimento era quella che ti dava gusto
Seduto al tavolo degli scacchi, all’ombra del pero.
Il nemico che ti confinava fuori dai tuoi libri
Non si fa sfinire da quelli come noi.

B. Brecht

(traduzione di Federica Giordano)

 

Benjamin e la Arendt entrambi ebrei tedeschi, si conobbero nel 1935, a Parigi, uniti nel loro essere esuli, e dall’interesse per la Storia e la Filosofia. Giocavano intense partite a scacchi (come con Brecht) e impararono l’inglese per rafforzare il sogno della fuga dall’Europa nazista per approdare negli Stati Uniti (anche Scholem e Adorno furono uniti nella fuga, il primo in Palestina nel 1923, il secondo in America) ma solo Arendt ci riuscì.

In una lettera del 1937, Benjamin scrive a Arendt: «Le corde della mia gola nitriscono già dall’impazienza di confrontarsi con le Sue»). Il loro rapporto non fu mai quello di maestro e allieva, bensì di amicizia intellettuale tra pari.

Arendt fu cruciale nel supportare Benjamin e nel diffondere la sua opera, curando la pubblicazione postuma dei suoi scritti, specialmente le "Tesi sul concetto di storia", (di cui Benjamin le aveva affidato il manoscritto originale) considerate il suo testamento spirituale. 

Con l’avvento del nazismo nel 1933, entrambi furono costretti all’esilio in quanto ebrei. Benjamin si stabilì soprattutto a Parigi, vivendo in condizioni economiche sempre più precarie.

Il volume “Hannah Arendt Walter Benjamin, L’angelo della storia. Testi, lettere, documenti (a cura di D. Schöttker e E. Wizisla, traduzione italiana di C. Badocco, Giuntina, 2017” ha un valore documentale notevole.

Vi compare tre le carte, tradotta dal tedesco la prima versione del saggio di Arendt su Benjamin pubblicato a più riprese nel 1968 sulla rivista «Merkur» – saggio che nello stesso anno diventerà il testo dell’introduzione a Illuminazioni, la raccolta di scritti allestita da Arendt che risulterà determinante per la diffusione dell’opera di Benjamin soprattutto nei paesi anglofoni come fu Angelus Novus, Einaudi, 1962 per l’Italia.

Il libro, oltre alla splendida prefazione dei curatori Detlev Schottker e Erdmut Wizisla, riporta:

·       Il saggio di Hannah Arendt dedicato a Benjamin

·       Il manoscritto delle Tesi di filosofia della storia affidato dallo stesso Benjamin ad Arendt (di cui sono riprodotte le pagine, dove è possibile vedere la scrittura del filosofo in tutta la sua precisione)

·       Il carteggio tra i due (ricco di riproduzioni delle lettere)

·       I carteggi tra Hannah Arendt, Gershom Scholem, Theodor Adorno e Bertolt Brecht in vista della pubblicazione postuma delle opere di Benjamin.

Oltre ad Hannah Arendt, Bertolt Brecht, Günther Anders, Gershom Scholem, Theodor W. Adorno, Hugo Von Hoffmansthal, Martin Heidegger… sono solo alcuni dei nomi che gravitano intorno alla figura di Benjamin, determinando le sorti della ricezione dei suoi testi prima e dopo il drammatico suicidio.

Come evidenzia Arendt, il rapporto con l’amico poeta e drammaturgo Bertolt Brecht, determinò increspature nelle relazioni sia con Adorno, sia con Scholem. La Arendt, però, nota con estrema lucidità come il suo interesse filosofico fosse tutt’altro che prioritario e rivendica la sua identità di critico. (il corsivo e nostro).

Benjamin era interessato alle immagini dialettiche, all’allegoria e alla teoria della metafora, concepita etimologicamente come trasferimento (metapherein) di senso dal sensibile all’invisibile, che consente alla lingua di chiamare la realtà. Ma ritiene che Il pensiero rude, (teorizzato da Brecht) potendo contare sulla potenza metaforica del linguaggio, è in grado di ricondurre poeticamente all’unità di idea e realtà.

La citazione, come forma del nominare, se sradicata dal suo contesto originario, consente di ricongiungersi alla sola autenticità dell’oggetto. Le citazioni, nelle opere di Benjamin, sono organizzate da una tecnica di montaggio che recide i vincoli della tradizione, contrapponendo al principio di autorevolezza quello dell’autenticità.

Il frammento filosofico, le illuminazioni e le citazioni costituiscono il nodo centrale della tecnica compositiva di Benjamin, il quale si premurava di scrivere in maniera tale da valorizzare l’intento surrealista del montaggio con spiegazioni di natura logico-causale e delle Baudleriane flanerie inconsce.

Il punto di contatto fondamentale con la Arendt e è la “rammemorazione” (Eingedenken), concetto mutuato da Bloch e da Proust, che per entrambi collega la memoria privata a quella collettiva e che è centrale nelle "Tesi sulla Storia" di Benjamin.

Arendt, attraverso il suo saggio e la cura dei testi di Benjamin, contribuì a far conoscere la figura dell'Angelo della Storia, figura chiave nella riflessione benjaminiana sulla catastrofe e sul potenziale rivoluzionario.

Arendt, tuttavia, vide sempre in Benjamin una figura irriducibile alle categorie tradizionali, e come dimostrano i suoi scritti tesi alla contaminazione interdisciplinare, definendolo più tardi come un “pensatore poetico”, capace di cogliere verità storiche attraverso immagini più che concetti sistematici e vide in lui un collezionista di citazioni storiche, un “pescatore di perle”.

La Arendt fu la prima a cogliere la personalità complessa e irrisolta di Benjamin, irrequieta e geniale che così descriveva: «combinazione di debolezza e genialità divenute ormai tutt’uno, [che] non è stata conosciuta da nessuno meglio che da Benjamin, che l’aveva così magistralmente diagnosticata in Proust».

Dopo la guerra, e la morte di Benjamin, Hannah Arendt svolse un ruolo decisivo nella salvaguardia e diffusione dell’opera di Benjamin. Collaborò con Theodor W. Adorno e l’Istituto per la Ricerca Sociale e con Scholem, per la pubblicazione dei suoi scritti e curò personalmente raccolte fondamentali, contribuendo in modo determinante alla sua fama postuma.

Nel saggio “Walter Benjamin. 1892–1940”, Arendt offrì uno dei ritratti più lucidi e affettuosi dell’amico, sottolineando la sua marginalità, la sua genialità e il suo destino tragico ed evidenziandone la sua indole rivoluzionaria e considerandolo il maggior critico tedesco.

La sua resta una testimonianza di come la memoria e l’amicizia e l’onestà intellettuale (anche se forse non evidenziò abbastanza pubblicamente, la distanza filosofica tra Benjamin e Heidegger) possano salvare un’opera dalla scomparsa e il valore culturale e critico di un outsider geniale quel è stato W. Benjamin.

Senza Hannah Arendt, probabilmente Walter Benjamin non sarebbe diventato una delle figure centrali del pensiero non solo filosofico contemporaneo che oggi conosciamo.

 

***

* Anticipazione tratta dal libro di Donato Di Poce: WALTER BENJAMIN: L’outsider Geniale ( La parabola critica di Walter Benjamin) di prossima pubblicazione.



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